Riflessione: il treno del progresso

Il treno del progresso per alcuni è un formidabile treno proiettato verso il futuro, portatore di svolte positive per l’uomo (soprattutto per l’uomo). Per altri è un treno che viaggia su un binario morto, e prima o poi si schianterà contro un muro o salterà nel vuoto. I primi hanno un atteggiamento positivo e poco critico. I secondi un atteggiamento estremamente critico e negativo: vedono nel consumismo, nel capitalismo finanziario, nella tecnologia un passo falso dell’evoluzione dell’uomo che potrebbe condurre l’uomo stesso alla rovina (rovina vera, rovina fisica, non solo economica).

Pippo Rizzo, Treno notturno in corsa, 1926

Ma in entrambe le “fazioni” mi sembra di percepire la necessità, o quanto meno il dubbio, che la corsa del treno vada rallentata. Probabilmente è un dubbio che discende dal principio di autoconservazione, quello che fa vivere il cambiamento con sofferenza mista a curiosità: sofferenza a causa della natura animale dell’uomo, quella che vorrebbe proteggerci nel percorso evolutivo, curiosità a causa della natura cosciente e raziocinante dell’uomo, quella che ci apre alla dimensione del futuro, o quanto meno dell’esistenza del tempo e del futuro. Alla dimensione del futuro va peraltro fatta risalire, come ha ben argomentato Massimo Fini nel suo “Denaro, sterco del demonio”, la moneta (che non è altro che debito e quindi futuro) e, aggiungo io, la tecnologia (in quanto dovrebbe abilitare una maggior quota di tempo libero, il quale come sappiamo non esiste essendo solo una speranza di tempo libero, ovvero di una porzione di tempo futuro, visto che il passato è solo passato, è inqualificabile sia come libero che come occupato). Ma questi sono ragionamenti che mi porterebbero lontano, troppo rispetto al nocciolo della questione che voglio qui affrontare.

Il freno al treno del progresso
Sia che il treno vada verso uno stato più evoluto dell’uomo sia che vada a fare un salto nel vuoto, ritengo che dovrebbe prevalere un principio di cautela. In questi due-trecento anni di rivoluzione industriale, tecnologica, finanziaria e infine digitale troppo è stato fatto senza tener conto delle conseguenze a lungo termine sulla specie umana e sull’ambiente in cui essa vive. Nel nome del progresso si sono fatte opere straordinarie, ma anche grandi porcherie. Solo dalla fine del ‘900 si è sviluppata nel senso comune una sensibilità che va oltre la febbricitante esaltazione che obnubilava le menti di fronte al progresso. Più di recente alcune evidenti falle del sistema sono emerse con la questione del riscaldamento globale e della pandemia da Covid iniziata nel 2019. Le risposte a questi problemi sono complesse, non immediate, necessitano un rallentamento per considerare i tanti pro e contro rispetto al nostro sistema. Siamo in troppi su questo pianeta? Bisogna ottimizzare e aumentare la produzione o ridurla? Dobbiamo concentrarci in megalopoli per ottimizzare le risorse o distribuirci più uniformemente sul territorio? Bisogna bilanciare le ricchezze per evitare primi, secondi e terzi mondi o concentrarle per governare meglio e con meno conflitti? E’ bene che l’uomo progredisca verso un mondo con più tecnologia, più confort, più divertimenti o piuttosto verso un recupero del rapporto disintermediato con la natura?
Questioni non banali, ammettiamolo. Il mondo non è governato da un’ideale intellighenzia alla quale potremmo affidarci ciecamente per cercare delle soluzioni. No, è governato da tanti leader che esprimono interessi politici nazionali o particolari, sacrosanti, ma non utili in questo periodo storico. Ora più che mai la “persona” deve tornare ad essere il motore principale dell’evoluzione. Individui, società più consapevoli della posta in gioco potrebbero essere determinanti per il prossimo mezzo secolo. Solo che la presa di consapevolezza dell’individuo, quale che sia il suo ruolo nella società, dal bambino al nonno, dal pastore allo scienziato, ha bisogno di tempo. E il tempo lo conquistiamo solo in un modo: frenando il treno del progresso, rallentando la corsa che nell’ultimo ventennio ha invece accelerato in modo anomalo. Per continuare nel solco della metafora, andiamo talmente veloci che dal finestrino a stento riconosciamo le sagome della realtà, tutto scorre talmente veloce che perdiamo i riferimenti fissi del paesaggio.

Quale futuro per l’Alpe Devero?
Se porto questo ragionamento sul terreno della questione dell’Alpe Devero, sento che anche qui le stesse dinamiche di cui sopra sono in atto e si confrontano duramente. Da una parte c’è il treno del progresso che vorrebbe subito infrastrutturare queste montagne, facilitarne la fruizione, aumentarne il confort, sfruttarle economicamente. Dall’altro ci sono le persone convinte che quel treno andrà a sbattere contro un muro di solido gneiss. Il problema è che su quel treno ci siamo tutti. E’ per questo che, anche a rischio di perdere una grande occasione, dobbiamo tirare il freno, rallentare e riflettere sul futuro dell’Alpe Devero. Anche perché qui si gioca una partita emblematica: il terreno è quello di un sito (parco regionale e Natura 2000) che proprio il treno del progresso ha deciso di proteggere per salvaguardare una porzione di natura dalle speculazioni umane. Se anche queste cautele (i siti protetti sono una cautela) messe lì proprio da noi, uomini moderni consapevoli delle nostre azioni, possono essere spazzate via dal treno in corsa, allora nessun altro sito protetto potrà più sentirsi al sicuro.
Dobbiamo fermarci a riflettere. Cambierà qualcosa una volta che avremo superato questa pandemia? Cambierà il turismo? Cambierà il paradigma economico, oggi basato sui veloci scambi internazionali e sulla concentrazione dei capitali? Forse lo accelereremo ulteriormente proprio sperando di poter così rispondere più efficacemente alla prossima crisi? Io ho le mie risposte, chi legge avrà le sue, ma dovete riconoscere che in entrambi i casi avrà maggior valore un’Alpe Devero preservata. Lo avrà nel caso di un mondo che rallenta il treno. Ma lo avrà anche nel caso di un treno che continui ad accelerare sul binario che sta già percorrendo, perché così facendo l’Alpe Devero rimarrà perla rara in un mondo alpino che, in codesto scenario, sarà sfruttato in ogni suo angolo. Lì sarà il suo valore distintivo. E nelle leggi economiche, chi è intelligente e sa sfruttare un valore distintivo, avrà successo, anche economico. Chi invece crede che scimiottando altre stazioni alpine si garantirà un futuro prospero, ahimè non tiene conto che passerà da un mercato privilegiato a quello dei prodotti di massa, dove sarà inevitabile il confronto con il resto dell’offerta, il livellamento dei prezzi e degli utili per attrarre i turisti, la mercificazione progressiva e inesorabile di ogni angolo di queste splendide conche, la necessità di investire in ulteriori infrastrutture per rincorrere le nuove mode, il rischio di fallimento ad ogni minima variazione dei trend di mercato.
Questa è la partita dell’Alpe Devero. Il treno va rallentato.

Andrea Ratti

Questo articolo ha un commento

  1. Natalia Ratti

    (Sempre sulla metafora del treno in corsa)
    … Un’alta velocità dal cui finestrino cominciamo realmente a perdere i contorni, gli spazi, le forme, le identità,(CiamporinoCazzolaLarossaCrampioloSangiatto) in un tempo sempre più breve, ridotto all’istante, a un passo dal nulla in termini geologici; e in questo rapporto spazio/tempo, inseguiamo con affanno una velocità che noi stessi abbiamo impostato sulle macchine e su sprezzanti algoritmi, non più sull’uomo.

    Siamo ospiti di una Terra meravigliosa! Eppure, ciechi, pretendiamo di costruire minuscoli e snob Eden d’elite! E con finalità tutt’altro che nobili, ma fondate sull’avidità, sul mito del progresso e sul primato dell’uomo rispetto alla natura, con colpevole ignoranza trasformiamo e deturpiamo a colpi di ruspe le nostre meravigliose vallate, montagne, laghi, alpeggi, panorami, fiori, frutti, bacche, animali, tane, tracce, habitat… Uno sfregio alla bellezza unica e irripetibile di ogni luogo e un crimine verso la natura.

    E, almeno per un attimo, strabuzzeremo gli occhi a fine corsa, ovunque esso sia, davanti a quel paradiso sfigurato, reso orrendo dalla nostra strafottenza costruttrice e omologatrice. E gli impianti del Devero ci ricorderanno quelli delle Dolomiti, e la fabbrica del divertimento ci proporrà sicuri e omologati Adventure park, e i mostri architettonici saranno cicatrici permanenti… E guarderemo con ipocrita malinconia le solite foto “IERI/OGGI”, ma senza senso di colpa perché lo sappiamo che è sempre colpa degli altri, e anzi razionalmente giustificheremo tutto questo in nome del denaro, del lavoro e del progresso. Formichine sempre pronte a denigrare la cicala e il suo canto lento e inutile, eppure così armonioso!

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