Lo spigolo della Rossa

Lo spigolo sud-est

di Luca Mozzati, 17 agosto 2020

“Un capolavoro della natura, librantesi nel cielo come una enorme ondata” (Luciano Rainoldi, “L’Alpe Devero”, 1976, p. 6)

Perché una via classica?

Chi conosce la zona potrebbe chiedersi: perché l’ennesima relazione dello Spigolo della Rossa, la via che tutti conoscono e il cui percorso, magari addirittura con tanto di traccia GPS si può trovare, oltre che su numerose guide cartacee, su innumerevoli pagine Internet? Perché riproporre la via alpinistica più ripetuta di tutta la zona sulla montagna simbolo di Devero? Non sappiamo già tutto quello che serve per ripetere questa classicissima via? Percorrere lo spigolo non è solo un fatto tecnico: una via è fatta anche di storie, di passioni, è qualcosa che può evolvere nel tempo e tuttavia non perdere l’anima, purché qualcosa come l’anima si vada cercando, e ci si lasci compenetrare e stupire non solo dalla bellezza e dai colori di questa montagna e di queste rocce, ma da quel tanto di impalpabile eppure presente che è a mio parere uno dei motivi per cui si va in montagna e per cui si sceglie una meta piuttosto che un’altra. Se si effettua la discesa lungo la cresta ovest, qui proposta, la giornata guadagna un’inedita dimensione esplorativa, permettendo di vagare su rocce raramente percorse da piede umano.

L’onda protesa verso l’infinito” (Rainoldi, 1969)

In realtà il celebre spigolo, che ha suscitato nel romantico Rainoldi definizioni che ricordano gli esteti alla ricerca del Sublime, non è quello che si vede di profilo contro il cielo da Devero, immagine che corrisponde alla parete Est vista di scorcio, e nemmeno il desueto spigolo Nord Est, salito dalla celebre cordata di Vitale Bramani e Piero Fasana il 15 agosto 1926, una via che nonostante i nomi illustri dei primi salitori è caduta nel dimenticatoio e andrebbe riesplorata (se qualcuno lo facesse attendo con curiosità le informazioni).

Il nostro spigolo è piuttosto un informe sperone, assai poco pronunciato, alla congiunzione tra la parete Est e quella Sud, naturale prosecuzione del crinale che collega la Rossa al Crampiolo con la grandiosa depressione di serpentino: un vuoto tra le due cime che andrebbe idealmente colmato con la congerie immensa di blocchi rossi sparsi tra i piani della Rossa e Devero.

Stupisce la data della prima salita 3 agosto 1947, un tempo in cui altrove era già passata l’epoca del sesto grado e stava per affermarsi la ricerca delle pareti impossibili, vinte a forza di chiodi. Ma dopo la grande stagione degli esploratori ottocenteschi e dei romantici cacciatori di guglie dei primi del Novecento, l’interesse per montagne di Devero sembrava essere svanito. E’ così che solo nel clima del dopoguerra, animato da tanta passione e da scarsissimi mezzi, una cordata di ossolani effettua la prima salita dello spigolo sud-est. Si tratta della guida alpina Silvio Borsetti detto “Sipe”, protagonista delle maggiori prime a Devero di quegli anni, con Giulio Maltempi ed Enrico Vincenzi. Al Sipe spettano alcuni dei migliori itinerari della zona, caratterizzati da grande estetica e roccia saldissima, il ferrigno serpentino a volte parco di fessure dove proteggersi.

Da quella prima salita lo spigolo è stato percorso innumerevoli volte, da cordate di tutte le capacità, e recentemente è addirittura stato parzialmente spittato alle soste e su qualche passaggio, in nome di un concetto di modernità e sicurezza a mio parere tecnicamente sbagliato e culturalmente scorretto, come dimostrano i numerosi episodi di marchiani errori di itinerario e recuperi con l’elicottero che tuttora si verificano. Lo spigolo, benché tecnicamente sia piuttosto facile, è un itinerario da non prendere sottogamba, soprattutto da parte di chi, proveniendo magari dalla falesia dove è abituato a salire percorsi difficili, è convinto di essere abbondantemente al di sopra delle difficoltà.

Quando l’arrampicata era libera (da spit, guide, relazioni, GPS) e si arrampicava liberi
Luciano Tenderini sul Caimano, primi anni Sessanta, foto di Umberto Bocchiola

Una “prima” insolita

Tra le innumerevoli salite, comprese di prime invernali, solitarie, femminili, solitarie invernali etc, spicca quella di un cane, non registrata dalle cronache e forse nemmeno dal libro di vetta: probabilmente un episodio che non ha fatto scuola nella storia dell’arrampicata locale. Correvano i primissimi anni Sessanta quando i giovani ed entusiasti Luciano e Mirella Tenderini gestivano il rifugio del CAI, al tempo ospitato nell’enorme Casa della Contessa, passando inverni di severa solitudine. Luciano, di estrazione operaia ma insofferente della vita cittadina, si era accorto che fare il capanat era poco conciliabile con la formidabile passione per la montagna che lo aveva portato a divenire uno degli alpinisti di punta di quegli anni ed era costretto a rubare le mezze giornate al lavoro. Una mattina, in compagnia dal cane Leo e di Carlo Mozzati, erano partiti per lo spigolo. Ridendo e scherzando, arrivarono dove Leo non sarebbe più stato capace di ritornare da solo. Dato che la rinuncia per futili motivi non rientrava nelle abitudini di Luciano, il cane fu debitamente legato e coinvolto nella salita. Fu un drammatico susseguirsi di raspate disperate, di passaggi superati spingendo il cane che annaspava consumandosi inutilmente i polpastrelli sulla roccia, di guizzi disperati con gli occhi sbarrati, di spinte da sotto e trazioni dall’alto, di problemi derivanti dalla diminuita lunghezza della corda che obbligava a percorrere pezzi in conserva. E durante una di queste poco ortodosse situazioni, al comando “Vieni” lanciato da Luciano, seguirono le memorabili battute: (Carlo, preoccupato) “Ma se io mi muovo chi ti fa sicurezza?” (Luciano, autorevole): “Il cane!”

Sopravvissuto alla salita Leo era atteso, lungo la via di discesa, da un ultima diabolica difficoltà, la tipica fregatura di chi si crede in salvo. Giunti in prossimità di un pezzo più ripido prima di raggiungere la sicurezza del canalone (dove ora sono stati posizionati dei luccicanti spit per fare 2 o 3 doppie) gli scalatori – saggiamente o sadicamente? – decisero di legare nuovamente la bestia. Ma questa, alla vista della corda, scelse improvvisamente la libertà a qualunque costo e si gettò spavaldamente nell’abisso. Passato il momento in cui credevano che sarebbe morto, i due torturatori lo videro raggiungere rocambolescamente il sottostante canalone nevoso, dove lo raggiunsero mentre li guardava circospetto, inquieto fino a quando la corda scomparve nello zaino. Da qui al rifugio pare abbia cantato “fischia il vento, infuria la bufera /zampe rotte eppur bisogna andar”.

Piace, in un tempo un cui si vedono turisti prendere in braccio il cagnetto di casa per non fargli sporcare le zampette nel fango e raccontano come epica una passeggiata di un paio d’ore col quattrozampe magari affranto, pensare al tempo in cui gli scalatori erano solo scalatori, senza sgargianti tutine tecniche color evidenziatore debitamente griffate, telefoni cellulari e collegamento in tempo reale con facebook.

E i cani erano cani.

Luciano Tenderini e il cane Leo, alla Casa della Contessa, primi anni Sessanta
“Una delle tante bufere invernali, ma particolarmente violenta e lunga – aveva accumulato tutta attorno al rifugio tanta neve che arrivava fin sopra alle finestre del piano terra. Eravamo al buio totale! e fuori dalla porta c’era un muraglione di neve.”
Mirella Tenderini, “L’Alpe Devero tra sogni e ricordi”, Monterosa edizioni, 2019

Prima salita: Silvio Borsetti, Giulio Maltempi ed Enrico Vincenzi 3 agosto 1947

Lunghezza: 350 metri

Difficoltà: III, IV, IV+ (AD+)

Esposizione: sud-est

Materiale: NDA, qualche friend, cordini (spit alle soste, qualche chiodo e spit in via)

Corso guide 1952. Silvio Borsetti è il primo a sinistra col maglione bianco. In ultima fila Franco Ghigo, di ritorno dalla memorabile prima ascensione della parete est del Grand Capucin con Walter Bonatti (quarto da destra).
Due mondi che si sfiorano ma non si incontrano.
(Per gentile concessione di MonteRosa edizioni)

Accesso: da Devero ai Piani della Rossa (1 ora). Da qui due possibilità:

1- Proseguire verso il Colle Marani verso sinistra e dopo una decina di minuti abbandonare la traccia e risalire la ripida pietraia verso la Rossa (destra). Dove il canale si stringe obliquare a destra per rampe erbose (tracce e ometti), superare un saltino roccioso e sbucare nel caos di blocchi all’altezza della Bocca della Rossa. Salire avendo a sinistra uno sperone di belle rocce rosse, superare un colletto sabbioso e per tracce e roccette giungere a un terrazzino alla base dello sperone (circa un’ora e un quarto)

2- Seguire il sentiero sulla destra fino alla Bocca della Rossa. Traversare a sinistra in quota, con saliscendi tra i massi, e ricollegarsi all’itinerario precedente (circa un’ora e trenta)

La guida alpina Dino Vanini con due amici all’attacco dello Spigolo sud-est. Anni Cinquanta. (per gentile concessione di MonteRosa edizioni)

Relazione: Per 20 metri di rocce rotte fino a un muro compatto, che si supera sulla destra con una lama, per poi proseguire fino in cima al pilastro (100 metri, sosta su blocchi, III-IV). Piegare a sinistra sorpassando la targa commemorativa a Cesare Murgia e salire obliquando a sinistra fino a una strozzatura (50 metri, II-III, sosta con due spit). Salire un passo ostico e scivoloso (IV+, è il celebre e temuto “passo della mano”, oggetto di valutazioni assai diverse tra le differenti relazioni) e proseguire facilmente a destra (II) fino a un pulpito alla base di un diedro (40 metri, spuntone). Superare il diedro, molto bello, e sostare su un terrazzino alla base del leggendario Caimano (20 metri, IV). Salire il Caimano e dalla sommità spaccare sulla parete, proseguendo poi verso destra (40 metri, IV, sosta con due spit su rocce appoggiate). Salire i gradoni senza via obbligata (50 metri, II+, sosta con due spit). A destra per cengia quindi bel muretto ripido ma ben appigliato con dulfer (20 metri, III+, sosta con due spit alla base del caminio colatoio finale). Risalire il colatoio, inizialmente sullo spigolo destro e sbucare fuori dalle difficoltà (40 metri, IV-, sosta con due spit). Come nelle migliori tradizioni, raggiungere la vetta senza via obbligata e senza particolari difficoltà (100 metri, I). Libro di vetta sull’anticima presso la croce, superbo panorama qualche decina di metri più a nord dalla cima vera e propria.

Sul diedro che precede il Caimano alla fine degli anni Quaranta. Forse Enrico Vincenzi durante la prima salita. (per gentile concessione di MonteRosa edizioni)
In cima. Sullo sfondo i 4000 dell’Oberland Bernese

Discesa:

1- Per la parete sud in doppie da “Mania verticale”, primo ancoraggio a sinistra dell’ultima sosta, necessarie due corde, attenzione agli incastri molto probabili.

In rosso la cresta ovest; in giallo la normale; in azzurro la discesa a piedi per la parete sud; in bianco lo spigolo sud-est

2- Per la parete sud arrampicando e camminando per cenge. Si scende il primo pezzo della “normale” seguendo una cengia a scelta verso ovest (qualche ometto) e in corrispondenza di una grande spalla girando a est per raggiungere la cengia a metà parete, avendo come riferimento un caratteristico blocco periclitante (I-II). Oltrepassarlo rimanendo in alto (possibilità di neve), proseguire lungo la cengia verso est e trovare su un masso un ancoraggio su spit con cordoni. Con una doppia da 30 metri sul lato est (si può scendere anche arrampicando una quindicina di metri più a est (III) si raggiunge una cengia da cui per un facile canalino (50 metri, II) o con una o due doppie ci si trova alla base della parete, da dove in 3-4 minuti, verso est, si raggiunge la partenza dello spigolo. Consigliata a chi ha una corda sola, non ama le doppie, e gode nel restare ancora un poco sulla grande parete. La roccia è perfetta, l’ambiente stupendo, scorci memorabili, piacere dell’esplorazione. Attenzione in caso di scarsa visibilità e di presenza di neve.

Il “masso periclitante” lungo la discesa a piedi per la parete sud
Lungo la discesa a piedi per la parete sud: prestare attenzione in caso di neve

3- Dalla via “Normale”, salita da Giovanni Corradi e Gian Domenico Ferrari il 24 agosto 1896. Dalla cima dirigersi verso ovest rimanendo poco sotto la cresta, senza via obbligata (ometti). Raggiunta la grande dorsale occidentale si scende lungo lo sperone (I-II) su ottima roccia, spostandosi in corrispondenza della grande cengia verso ovest (traversare un canale, attenzione in caso di neve, ometti). Scendere per lo sperone così raggiunto, affacciato a ovest su un grandioso canalone fino a quando diventa più ripido (I-II). Qui si trovano due soste a spit da cui si possono effettuare due brevi doppie o scendere arrampicando (II-II+). Giunti nel canale, per tracce di sentiero (ometti) si guadagnano i Piani della Rossa e quindi Devero.

La cresta ovest, in rosso, e la normale, in giallo

4- Per la cresta ovest fino al Passo dei Laghi. Decisamente consigliata a chi voglia compiere una traversata di ampio respiro, rarissimamente percorsa, con superbo panorama, begli scorci e passi di arrampicata esposti ma su ottima roccia. E’ la via seguita da W.A.B Coolidge e Christian Almer Junior il 17 luglio 1891 durante la prima ascensione nota della Rossa, dove i due rinvennero sulla vetta una grossa piramide. Questa fu forse costruita dal conte Leonardi di Casalino che, con Filippo Longhi di Baceno, avrebbero effettuato la prima salita qualche anno prima in data imprecisata e per percorso non specificato dal versante italiano.

Si segue la dorsale verso ovest, mantenendosi sul bordo della precipite parete nord, superando un torrione più scuro sulla destra scendendo (versante italiano) attraverso un curioso tunnel. Proseguire quindi per la cresta in alcuni punti affilatissima ed esposta (bello, passaggi di II) per raggiungere con aerea e scenografica cavalcata il Passo dei Laghi, caratterizzato da un ambiente lunare con rocce arancioni. Senza percorso obbligato si scende verso sud, fino a raggiungere le tracce del sentiero che porta al colle Marani (ometti, a tratti pietraia caotica, a volte nevai) e quindi ai piani della Rossa. Stambecchi e solitudine quasi assicurati.

Lungo la cresta ovest guardando verso la Rossa
Lungo la cresta ovest guardando verso la Rossa

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